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Evidenze che confermano l'HIV come causa dell'AIDS


Prima dell’apparire dell’HIV le sindromi associate all’AIDS erano rare; oggi sono comuni negli individui HIV-infetti.
Precedentemente all’apparire dell’HIV, le condizioni associate all’AIDS come Pneumocystis pneumonia (PCP), il sarcoma di Kaposi (KS) e le infezioni disseminate del complesso del Mycobacterium avium (MAC) erano straordinariamente rare negli Stati Uniti. Nel 1967 si osservarono solo 107 casi di PCP,  tutti individui in condizioni di immunosoppressione. Prima dell’epidemia di AIDS l’incidenza del sarcoma di Kaposi negli Stati Uniti andava da 0,021 a 0,061 ogni 100.000 persone e solo 32 individui con infezioni disseminate del MAC sono stati descritti in letteratura medica.

Dal 31 dicembre 1994, i medici hanno riportato al CDC (Centers for Diesease Control and Prevention), 127.626 casi di pazienti con AIDS negli Stati Uniti con una diagnosi definitiva di PCP, 36.693 con KS e 28.954 con MAC disseminato.
 

AIDS e HIV sono invariabilmente collegati in tempi, luoghi e gruppi di popolazioni.
Storicamente il verificarsi di malattie associate all’AIDS nella popolazione è stato nascostamente accompagnato dalla comparsa dell’HIV. I primi casi di AIDS negli uomini omosessuali a San Francisco sono stati rilevati nel 1981, ma esami retrospettivi di campioni di sangue congelato di uomini gay hanno mostrato la presenza degli anticorpi per l’HIV fin dal 1978, non prima. Successivamente, in molti paesi e città dove l’AIDS è apparso, le infezioni da HIV hanno preceduto l’AIDS solo di pochi anni. In Thailandia, per esempio, l’esplosione di casi di AIDS ha seguito un drammatico aumento nel tasso di sieropositivi.
 

I principali fattori di rischio per l’AIDS – contatti sessuati  tra uomini e tra uomini e donne, trasfusioni, trattamenti per l’emofilia e aghi condivisi tra gli utilizzatori di droghe – sono esistiti per anni, aumentando solo relativamente negli ultimi tempi.
Se, come qualcuno ha notato, questi fattori erano di per se stessi immunosoppressivi, uno degli aspetti che avremmo dovuto osservare sarebbe stato un ampio numero di sindromi da AIDS tra prostitute (maschi o femmine), i riceventi di sangue HIV-sieronegativo, gli emofiliaci e gli utilizzatori di droghe ricreative precedentemente all’apparire dell’HIV.

La letteratura medica, le registrazioni di autopsie e i registri sui tumori indicano invece che questi casi erano straordinariamente rari.
 

Molti studi concordano che solo un singolo fattore, l’HIV, predice se una persona svilupperà l’AIDS.
Altre infezioni virali e batteriche, modelli comportamentali sessuali e di abuso di droghe non predicono chi svilupperà l’AIDS. Individui appartenenti a diverse categorie, inclusi uomini e donne eterosessuali, uomini e donne omosessuali, emofiliaci, partner sessuali di emofiliaci e persone riceventi trasfusioni, utilizzatori di droghe iniettabili e bambini, hanno tutti sviluppato l’AIDS, con il solo comune denominatore della loro iniziale infezione da HIV.
 

Numerosi test sierologici mostrano che l’AIDS è comune nelle popolazioni dove molti individui hanno anticorpi per l’HIV. Diversamente, nelle popolazioni con bassa prevalenza di sieropositivi, l’AIDS è estremamente raro.
Per esempio, Malawi, un paese africano con un’alta prevalenza di persone con anticorpi HIV, ha riportato 34.167 casi di AIDS al WHO dal 31 dicembre 1994. All’opposto il Madagascar, un’isola a sud-est dell’Africa ha una prevalenza bassa di sieropositivi e riporta solo 9 casi di AIDS al WHO dal 31 dicembre dello stesso anno.
 

In una serie di studi, gravi immunosoppressioni e malattie che caratterizzano l’AIDS incorrono esclusivamente in individui che sono HIV-infetti.
Al contrario, da controlli fatti, individui con stili di vita simili ma senza infezioni da HIV, virtualmente non soffrono mai di questi sintomi. Per esempio, a Vancouver, gli investigatori hanno seguito 715 uomini omosessuali per una media di 8,6 anni.

Ogni caso di AIDS in questo gruppo si è manifestato in individui che erano positivi per gli anticorpi da HIV. Nessuna malattia tipica dell’AIDS è comparsa negli uomini che sono rimasti negativi a test per l’HIV, nonostante il fatto che questi uomini abbiano fatto apprezzabilmente uso di droghe illecite e abbiano avuto rapporti sessuali tra loro.
 

Il profilo immunologico specifico che tipizza l’AIDS – persistente basso numero di cellule T CD4+ - è straordinariamente raro in assenza di infezione da HIV o in altre cause note di immunosoppressione.
Per esempio, al Multicenter AIDS Cohort Study (MACS), supportato dal NIAID, 22.643 accertamenti di cellule T CD4+ in 2.713 omosessuali uomini sieronegativi rivelano solo un individuo con un numero di cellule T CD4+ persistentemente basso a 300 cell/mm3, e questo individuo era stato sottoposto ad una terapia immunosoppressiva.
 

Quasi tutti gli individui con AIDS hanno anticorpi per l’HIV.
Un recente esame di 230.179 pazienti con AIDS negli Stati Uniti rivela solo 299 individui sieronegativi. Un ulteriore analisi di 172 di questi 299 pazienti ne sono risultati 131 attualmente sieropositivi; più 34 morti prima che il loro stato sierologico fosse confermato.
 

L’HIV può essere virtualmente rilevato in ogni paziente con AIDS.
Recentemente lo sviluppo di test più sensibili, inclusa la PCR (Reazione a Catena della Polimerasi) e nuove tecniche di coltura hanno permesso ai ricercatori di trovare l’HIV nei pazienti con AIDS con poche eccezioni. L’HIV è stato ripetutamente isolato dal sangue, dalle secrezioni vaginali e dallo sperma di pazienti con AIDS, trovando corrispondenza con i dati epidemiologici che dimostrano la trasmissione dell’AIDS per via sessuale e per contatto con sangue infetto.
 

L’HIV soddisfa i postulati di Koch come causa dell’AIDS.
I postulati di Koch sulla causalità di una malattia stabiliscono che un agente infettante deve essere trovato in tutti i casi della malattia, questo agente deve essere isolato dal corpo dell’ospite, deve causare la malattia quando iniettato in un ospite sano, e lo stesso agente deve essere ancora isolato dal nuovo ospite malato.

Tutti e quattro i postulati sono stati soddisfatti in 3 persone che lavoravano nei laboratori, con nessun altro fattore di rischio questi hanno sviluppato l’AIDS o gravi immunosoppressioni dopo un’accidentale esposizione ad un concentrato di cloni di HIV in laboratorio. Due individui sono stati infettati nel 1985 e uno nel 1991. Tutti e 3 mostrarono una marcata diminuzione delle cellule T CD4+ e due avevano una quantità di CD4+ che era scesa sotto 200 cell/mm3 nel sangue. Uno di loro, più tardi sviluppò la PCP, una malattia indicatore dell’AIDS, 68 mesi dopo mostrava evidenze dell’infezione, e non ricevette farmaci antiretrovirali fino ad 83 mesi dopo l’infezione. In tutti e 3 i casi, l’HIV isolato dagli individui infetti e sequenziato mostrava essere il ceppo infettante del virus.

In aggiunta, durante il 1994, il CDC ha ricevuto un rapporto di 42 casi documentati di lavoratori in ambito sanitario negli Stati Uniti che hanno acquisito l’infezione da HIV, dei quali 16 hanno sviluppato l’AIDS in assenza di altri fattori di rischio. Lo sviluppo dell’AIDS seguendo la HIV-sieroconversione è stata anche ripetutamente osservata in casi di trasfusioni di sangue in bambini ed adulti, in trasmissioni da madre a figlio, e in studi di emofilia, uso di droghe iniettabili e trasmissione sessuale nei quali la sieroconversione è stata documentata usando campiono seriali di sangue.


I neonati non hanno comportamenti a rischio, tuttavia 6.209 bambini negli Stati Uniti hanno sviluppato l’AIDS dal 31 dicembre 1994.
Solo dal 15 al 40% dei bambini che diventano sieropositivi da HIV prima o durante la nascita, sviluppano immunosoppressione e AIDS. I bambini che non sono infetti da HIV non sviluppano l’AIDS.
Poiché molte madri sieropositive abusano di droghe, alcuni hanno ipotizzato che i farmaci usati dalla madre causino l’AIDS pediatrico. Comunque, studi hanno consistentemente dimostrato che i bambini che non sono infettati dall’HIV non sviluppano l’AIDS, senza fare riferimento all’utilizzo di droghe da parte della madre.


Di due gemelli quello infettato dall’HIV sviluppa l’AIDS mentre l’altro non infettato, no.
Ricercatori hanno documentato casi di madri sieropositive che hanno dato alla luce gemelli, uno dei quali HIV-positivo e l’altro no. Il bambino sieropositivo ha sviluppato l’AIDS, mentre l’altro bambino è rimasto clinicamente e immunologicamente normale.


Dall’apparire dell’HIV, la mortalità negli emofiliaci è drammaticamente aumentata.
L’impatto dell’HIV sull’aspettativa di vita degli emofiliaci è stata drammatica. Tra coloro che avevano una grave deficienza del fattore VIII di agglutinazione, la mortalità è aumentata di 6 volte dal 1981 al 1990.

Mediamente l’aspettativa di vita a un anno di età per i maschi con emofilia è aumentato dai 40,9 anni all’inizio del secolo (1900-1920) ai 68 anni dopo l’introduzione della terapia fattoriale (1971-1980). Nell’era dell’AIDS (1981-1990), l’aspettativa di vita è declinata a 49 anni.
 

Studi di cadi si acquisizione dell’AIDS per trasfusione hanno ripetutamente condotto alla scoperta dell’HIV nei pazienti così come nei donatori di sangue.
Numerosi studi hanno dimostrato una quasi perfetta correlazione tra l’incidenza dell’AIDS nei riceventi e nei donatori di sangue, ed evidenziano l’omologia dei ceppi di HIV negli stessi gruppi.
 

Partner sessuali di emofiliaci sieropositivi e riceventi trasfusioni, acquisiscono il virus e sviluppano l’AIDS senza altri fattori di rischio.
Dal 10 al 20% di mogli e partner sessuali di maschi emofiliaci sieropositivi negli Stati Uniti sono infettati dall’HIV. Dal 31 dicembre 1994 il CDC ha ricevuto 266 rapporti di casi di AIDS nei quali il solo fattore di rischio erano i rapporti sessuali con una persona emofiliaca sieropositiva. Il CDC ha anche ricevuto rapporti di 628 casi di AIDS in individui nei quali il fattore di rischio principale erano i rapporti sessuali con un ricevente di trasfusioni sieropositivo.
 

L’HIV infetta ed è responsabile della morte dei linfociti T CD4+ in vitro e in vivo.
Le cellule T CD4+ sono ridotte nelle persone con AIDS. Sebbene la mancanza di cellule T CD4+ non sia il solo difetto immunitario noto nelle persone con AIDS, l’osservazione che l’HIV infetti e danneggi anche queste cellule in vitro stabilisce un’ovvia correlazione tra l’HIV e l’AIDS.

Recentemente studi in vivo suggeriscono che durante l’infezione da HIV, più di 1 bilione di cellule T CD4+ vengano distrutte ogni giorno, sopraffacendo alla fine la capacità rigenerativa del sistema immunitario.


L’HIV danneggia la sorgente di cellule T CD4+ dell’organismo e i centri dell’attività immunitaria.
L’HIV distrugge i precursori delle cellule e le strutture del midollo osseo e del timo che sono necessari per lo sviluppo e la maturazione delle cellule immunitarie. Questo danneggiamento può aiutare a spiegare perché il sistema immunitario di persone con AIDS non rigeneri con successo le cellule T CD4+. Il virus distrugge progressivamente anche i linfonodi, i centri dell’attività immunitaria dell’organismo. Significativamente, in circa il 5% delle persone infette da HIV nelle quali la malattia non progredisce, la struttura dei linfonodi sembra rimanere intatta.


Studi su persone infette da HIV mostrano che aumenta la quantità del virus nell’organismo in correlazione con la progressione dei processi immunologici che conducono all’AIDS.
Come i livelli di replicazione virale e la quantità del virus nell’organismo aumentano così avviene anche per i vari processi immunologici associati all’AIDS. Recenti studi hanno dimostrato che un incremento nell’espressione dell’RNA dell’HIV in cellule mononucleari del sangue periferico precede la progressione clinica della malattia nelle persone con HIV.

In circa il 5% degli individui affetti da HIV nei quali la malattia progredisce molto lentamente, la quantità di virus nel sangue e nei linfonodi è significativamente bassa rispetto alle persone con HIV in cui la progressione della malattia segue un andamento più tipico.


L’HIV è simile nella struttura genica e nella morfologia ad altri lentivirus che spesso causano immunodeficienze nei loro ospiti animali in aggiunta ad apatia, deperimento progressivo, neurodegenrazione e morte.
Come l’HIV nell’uomo, i virus animali quali il virus dell’immunodeficienza felina (FIV) nei gatti, il visna virus nelle pecore e il simian virus (SIV) nelle scimmie infettano primariamente le cellule del sistema immunitario, come le cellule T e i macrofagi. Per esempio, il visna virus infetta i macrofagi e causa una lenta e progressiva malattia neurologica.


I babbuini sviluppano l’AIDS dopo inoculazione con cloni di una variante dell’HIV che causa l’AIDS anche nell’uomo.
Nel corso di 2 anni i babbuini infettati con HIV-2 mostrano un significativo declino delle funzioni immunitarie, in aggiunta ai sintomi caratteristici dell’AIDS.


Le scimmie asiatiche sviluppano l’AIDS dopo infezione con il simian virus (SIV), un virus strettamente connesso all’HIV.
Nei macachi, diversi cloni di SIV isolati inducono le sindromi che, in parallelo all’infezione dell’HIV e all’AIDS nell’uomo, includono iniziale ingrossamento dei linfonodi, deplezione delle cellule T CD4+, infezioni opportunistiche come il PCP e il MAC, e morte.

 

Tratto dal sito www.healthsquare.com le cui informazioni sono state fornite dal National Institute of Allergy e dall’Infectious Diseases National Institutes of Health

[Anno 2002]